Il 60% delle azioni è già in mercato ribassista, i sette giganti della tecnologia sostengono da soli lo S&P! BTIG: Le azioni americane potrebbero crollare con una “spinta leggera”
L'S&P 500 è a un passo dal massimo storico, ma sotto la superficie si muovono correnti pericolose: il 60% dei titoli è già in un mercato ribassista tecnico, solo il 30% supera l'indice, al minimo dal 1991. A sostenere tutto ciò sono rimasti solo i Magnifici Sette della tecnologia — ed è proprio questo il rischio maggiore. L'accumulo eccessivo di posizioni e il trend dei semiconduttori stanno replicando la traiettoria del crollo della bolla del 2000, con un'accelerazione al ribasso che potrebbe esplodere durante la stagione delle trimestrali a fine mese. Quando il mercato rimane su una sola gamba, basta una forza non troppo grande per farlo cadere.
L'indice S&P 500 è a un passo dal suo massimo storico, ma sotto questa apparente tranquillità, il mercato mostra una profonda divergenza interna. Attualmente, l'unico vero sostegno all'indice resta il "Magnificent Seven" tecnologico—e proprio questo rappresenta il maggior rischio per il mercato.
Jonathan Krinsky dell’istituto di analisi tecnica BTIG avverte nel suo ultimo rapporto, “Last Man Standing”, che il Magnificent Seven rappresenta l’unico settore dell’S&P 500 che non mostra segni evidenti di debolezza, ed è anche la componente di portafoglio più affollata del momento. Egli sottolinea che una volta che questa tendenza inizierà a invertirsi, potrebbe innescare un calo prolungato dell’S&P 500.
Nel frattempo, secondo i dati di Michael Cembalest di JPMorgan Asset Management, il 60% dei titoli dell’S&P 500 ha perso oltre il 20% dal proprio massimo storico, entrando così in un mercato orso tecnico, mentre l’indice rimane ancora vicino ai massimi.
Questa discrepanza interna ed esterna evidenzia la crescente vulnerabilità del mercato. Gli analisti sottolineano che, quando le strategie difensive e di crescita si concentrano sulle stesse sette azioni, il mercato perde quasi del tutto la possibilità di rotazione; e la continua discesa del settore dei semiconduttori sta replicando il percorso dello scoppio della bolla tecnologica del 2000, preannunciando che la vera pressione potrebbe esplodere nella parte finale del mese.
I sette giganti non possono sostenere tutto, la concentrazione dei portafogli rappresenta un rischio latente
La valutazione centrale di Krinsky è semplice e diretta: il Magnificent Seven tecnologico è attualmente l’unico settore rilevante a registrare nuovi massimi, ma anche quello con il maggiore livello di concentrazione nei portafogli.
Dai dati di mercato, il Roundhill Magnificent Seven ETF (MAGS) ha superato i massimi di maggio e del 2025, segnando un nuovo record storico, mentre gli altri settori sono arretrati. Martedì, nonostante il nuovo calo dei titoli dei semiconduttori, il Magnificent Seven ha registrato un rialzo di circa l’1%, sostenendo da solo l’S&P 500.
Eppure è proprio questa "sensazione di sicurezza" che costituisce il problema. Gli hedge fund considerano il Magnificent Seven un rifugio sicuro contro i rendimenti dei titoli di stato sopra il 5% e i rischi geopolitici, generando così una concentrazione di portafoglio a livelli storici. Krinsky osserva lucidamente: quando le strategie difensive e momentum puntano sulle stesse sette azioni, non resta più spazio per la rotazione di asset. Un “bene rifugio” posseduto da tutti, di fatto, non è più uno strumento di protezione ma una “operazione affollata” ben confezionata.
Il settore semiconduttori replica il 2000, accelerazione al ribasso prevista a fine mese
Un altro segnale di avvertimento di BTIG proviene dal comparto semiconduttori. Krinsky monitora dall’estate il confronto tra il Philadelphia Semiconductor Index (SOX) e l’andamento degli anni 1999-2000, definendo la somiglianza “inquietante”.
Secondo tale analogia, il settore dei semiconduttori si trova ora vicino a un punto di minimo temporaneo, prossimo a un breve rimbalzo—che potrebbe essere catalizzato dalla pubblicazione dei dati CPI—seguito poi da una nuova accelerazione al ribasso verso la fine di ottobre. Proprio allora è prevista anche la concentrazione dei risultati trimestrali delle principali aziende di cloud computing (hyperscalers).

Krinsky nota anche un altro segnale: il rapporto di forza relativa tra software e semiconduttori (IGV/SMH) è tornato sopra la media mobile a 200 giorni per la prima volta dopo 16 mesi. Se tale ratio superasse la soglia di 0,20 vicino ai massimi estivi, ciò "confermerebbe una svolta significativa", segnalando un cambiamento della leadership di mercato dai semiconduttori ai software—settore che però oggi non è tra le principali concentrazioni dei portafogli.
42 titoli AI generano il 60% del rally, gli altri restano sullo sfondo
Nel rapporto “Califoreboding”, Michael Cembalest di JPMorgan Asset Management ha intitolato “One Trick Pony” la sezione in cui illustra, con i dati, l’estrema concentrazione del mercato attuale.
Dall’inizio del 2024, 42 azioni legate all’intelligenza artificiale hanno contribuito dal 60% all’80% alla crescita degli utili, ai rendimenti di prezzo e all’aumento degli investimenti di capitale dell’S&P 500. Più nello specifico, questi 42 titoli hanno generato il 67% dei rendimenti di prezzo dell’indice, il 58% della crescita degli utili e fino all’81% dell’aumento di spesa in capitale e ricerca e sviluppo.

Nello stesso tempo, sebbene l’S&P 500 sia vicino ai massimi storici, il 60% dei titoli che lo compongono ha subito cali di oltre il 20% dal proprio massimo. I dati di Cembalest mostrano che, dal 1990, è rarissimo trovare una così ampia proporzione di correzioni individuali mentre l’indice si trova a meno dell’1% dal massimo, e la lettura del 25 settembre si posiziona lateralmente nell’estremo inferiore della distribuzione storica. Inoltre, solo il 30% dei titoli dell’S&P 500 ha sovraperformato l’indice negli ultimi tre anni, uno dei livelli più bassi dal 1991, con l’unico precedente significativo tra il 1999 e il 2000.
I profitti dell’AI vanno ai “venditori di pale”, chi usa le pale non ha ancora trovato l’oro
I dati di Cembalest rivelano anche l’altro lato del boom dell’intelligenza artificiale: i profitti sono fortemente concentrati tra i fornitori dell’infrastruttura AI, non agli utilizzatori finali.
Dal marzo 2023, i profitti rolling di 55 aziende della “catena di fornitura AI” sono quadruplicati, mentre i profitti di 190 aziende “ad alta adozione AI” sono saliti solo del 25%; per le aziende con il minor utilizzo di AI, gli utili sono rimasti invariati o addirittura in lieve calo.
Questo schema ricorda la bolla della rete: chi vende gli strumenti (le pale) guadagna a pieno, mentre chi le usa (i minatori) non ha ancora trovato l’oro. L’effetto di concentrazione si replica anche nell’economia reale: dal 2022 il contributo dell’high-tech alla crescita del PIL USA è salito da quasi zero a circa un terzo, e solo circa il 20% degli Stati Uniti supera la crescita media nazionale, vicino ai minimi dal 1979.
Nel campo degli investimenti in costruzioni, tra gennaio 2024 il comparto data center e infrastrutture elettriche è cresciuto del 38%, le costruzioni manifatturiere sono calate del 28%, il real estate commerciale del 13% e quello residenziale del 6%. Ancora più rilevante, la capacità pianificata dei centri dati pre-costruzione è scesa dal picco di circa 62 GW a circa 49 GW, mostrando che quest’unico motore di crescita delle spese in conto capitale sta iniziando a contrarsi nelle pianificazioni.
I rialzisti hanno ancora fondamentali, ma la base degli utili si sta restringendo
Cembalest non si mostra esplicitamente ribassista. Sottolinea che, dall’inizio del 2024, il rialzo delle azioni tecnologiche globali è stato trainato dalla crescita degli utili e non dall’espansione delle valutazioni, e “un mercato sospinto dagli utili è nella mia esperienza meno incline a correzioni rapide”. Inoltre, malgrado l’aumento dei tassi a breve, il peso degli interessi netti sui profitti aziendali resta sui minimi storici.
Eppure, gli utili sono altamente concentrati—principalmente provenienti dai fornitori della catena AI, i cui ricavi in gran parte dipendono dagli investimenti in capitale delle cloud company hyperscaler, che a loro volta ricorrono sempre più al debito per espandersi. Gli utili sono reali, ma il problema è se questa domanda dei clienti possa essere sostenibile. Secondo le stime di Goldman Sachs, il terzo trimestre potrebbe rappresentare il picco combinato di crescita degli utili per l’S&P 500 e degli investimenti delle big cloud.
Sommando le analisi di BTIG e JPMorgan, il quadro del mercato attuale è chiaro, ma severo: 42 azioni spiegano due terzi dei rendimenti e quattro quinti della crescita capex; il 60% dei titoli è in bear market; solo il 30% supera il benchmark; strategie difensive e di crescita si concentrano sulle stesse sette società, e la posizione degli hedge fund è ai massimi storici; il settore semiconduttori ha replicato la discesa del 2000, e una fase di accelerazione potrebbe verificarsi a fine mese con le trimestrali dei hyperscaler.
La conclusione di Krinsky resta prudente: “Andare contro i nuovi massimi non è mai facile”. I grafici del Magnificent Seven puntano ancora verso l’alto. Ma come avverte: quando il mercato si regge su un’unica gamba, non serve molta forza per farlo cadere.
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