Il rendimento dei titoli di Stato USA a 10 anni raggiunge il massimo degli ultimi 20 mesi; dichiarazioni aggressive di Waller e rimbalzo dei prezzi del petrolio portano a una nuova rivalutazione delle aspettative sui tassi di interesse
La valutazione dei mercati dei futures mostra che, questo lunedì, la probabilità stimata dal mercato di un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve a settembre è salita dal 35% prima del discorso di Waller di venerdì scorso al 64%. Il mercato dei Treasury statunitensi è sotto la pressione combinata di una Federal Reserve più aggressiva, dell'aumento dei rischi inflazionistici, dell'offerta di titoli di Stato e dell'offerta di obbligazioni societarie.
Il sell-off del mercato dei Treasury USA si è ulteriormente intensificato.
Lunedì 31, ora di New York, il rendimento del Treasury USA a 10 anni di riferimento è salito temporaneamente sopra il 4,76%, raggiungendo il livello più alto da gennaio 2025. Anche il rendimento del Treasury a 5 anni ha toccato il massimo dall'inizio del 2025, mentre il rendimento a 30 anni è aumentato di circa 5 punti base nella giornata, avvicinandosi al 5,26%.

Mentre i rendimenti dei Treasury salivano su tutta la linea, i futures internazionali sul petrolio greggio sono rimbalzati lunedì dopo che nel fine settimana precedente sono scoppiate nuove tensioni militari tra Iran e USA, con il Brent che ha temporaneamente superato i 90 dollari, registrando un aumento giornaliero vicino al 4%, mentre il WTI è salito di oltre il 4%. Il mercato mostra crescente preoccupazione per una ripresa dell’inflazione e per una possibile nuova stretta della Federal Reserve.
Questa ondata di vendite sui Treasury USA non è guidata esclusivamente dalle tensioni geopolitiche. Venerdì scorso, il presidente della Federal Reserve, Walsh, ha lanciato segnali chiaramente hawkish al simposio annuale di Jackson Hole, sottolineando che la stabilità dei prezzi è il mandato principale della Fed. Il mercato ha quindi rapidamente rivisto al rialzo le aspettative di un rialzo dei tassi a settembre. Lunedì, la valutazione dei futures sui Fed Fund mostrava che la probabilità di un aumento dei tassi a settembre era salita al 64%, ben sopra il circa 35% di prima del discorso di Walsh.
In questo contesto, la nuova impennata dei prezzi del petrolio ha rafforzato ulteriormente il trade “inflazione + rialzo tassi”. Allo stesso tempo, questa settimana gli Stati Uniti pubblicheranno il rapporto sull’occupazione di agosto e il 11 settembre verrà diffuso il dato sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) di agosto; questi due dati saranno variabili chiave per la direzione della politica della Federal Reserve a settembre.
Nuovo aumento del petrolio, i Treasury sotto “shock inflazionistico”
L'impennata dei rendimenti dei Treasury di lunedì è stata principalmente trainata dall’aumento dei prezzi dell’energia.
Con le rinnovate tensioni militari tra Iran e USA, il mercato teme ulteriori rischi per lo stretto di Hormuz e l’approvvigionamento energetico in Medio Oriente. Il Brent è salito temporaneamente sopra i 90 dollari, mentre anche il WTI ha segnato un netto rialzo. In seguito, il WTI è salito di circa il 2,5% a circa 85,5 dollari, mentre il Brent è cresciuto di circa il 2,5% a quota 90,3 dollari.
Per il mercato obbligazionario, la principale preoccupazione legata all’aumento del prezzo del petrolio non è tanto il costo dell’energia in sé, quanto la possibilità che questo spinga nuovamente verso l’alto l’inflazione.
Negli ultimi tempi, le aspettative di taglio dei tassi della Federal Reserve si sono basate principalmente sulla progressiva discesa dell’inflazione. Ma se i prezzi del petrolio restano elevati a causa delle tensioni geopolitiche, anche i prezzi della benzina, dei trasporti e di altri beni e servizi potrebbero essere influenzati, costringendo il mercato a rivalutare il percorso di discesa dell’inflazione.
Di conseguenza, la logica della seduta di lunedì è stata piuttosto lineare: aumento del petrolio → aumento rischio inflazione → crescente prospettiva di rialzo tassi Fed → aumento atteso dei tassi a breve → pressione su tutta la curva dei rendimenti dei Treasury USA.
Sean Simko, responsabile della gestione degli investimenti a reddito fisso presso SEI Investments, ha affermato che la Fed è pronta ad agire se necessario. Se il mercato del lavoro rimane solido e l’inflazione continua a restare elevata, è possibile che la Fed opti per un rialzo dei tassi nella riunione di politica monetaria del 16 settembre.
L’“urlo hawkish” di Walsh non si spegne, la probabilità di rialzo tassi a settembre sale al 64%
I prezzi del petrolio hanno solo dato il via ai timori sull’inflazione, ma il vero catalizzatore del cambio di rotta nelle aspettative sui tassi proviene dal discorso di Walsh a Jackson Hole venerdì scorso.
Nel suo intervento, Walsh ha ribadito che la Federal Reserve deve dare la priorità assoluta alla stabilità dei prezzi, confermando ancora una volta il target d’inflazione al 2%. Il mercato ha interpretato queste dichiarazioni come spiccatamente hawkish, specie dopo che già alla riunione di luglio erano emerse voci di dissenso favorevoli a un rialzo dei tassi, portando gli investitori a rivedere la traiettoria politica della Fed per il resto dell’anno.
Il rendimento del Treasury USA a 2 anni, molto sensibile alla politica monetaria, è balzato di circa 11,8 punti base nella sola giornata di venerdì scorso. Lunedì mattina ha subito una lieve correzione, risalendo poi fino a circa il 4,337%.
Più interessante, il mercato ormai non discute più solo “ci sarà un taglio tassi a settembre?”, ma piuttosto “ci sarà un rialzo tassi?”.
Secondo quanto riportato da Reuters, i futures sui Fed Fund hanno alzato la probabilità di un rialzo dei tassi a settembre dal 35% di prima del discorso di Walsh al 64% di lunedì. Le sue parole hanno persino portato Barclays e Société Générale a prevedere nella baseline anche rialzi a settembre e dicembre, precedentemente esclusi dagli scenari di base.
In altre parole, il mercato sta vivendo un rapido repricing della traiettoria dei tassi: dall’aspettarsi tagli dei tassi Fed, ora teme una nuova risalita dei tassi.
Tuttavia, la tenuta di questa attesa dipenderà dai dati. Il report sull’occupazione di agosto verrà pubblicato venerdì, mentre il CPI di agosto arriverà l’11 settembre: i due dati corrispondono ai due mandati della Fed, lavoro e inflazione, e pertanto saranno determinanti per la decisione finale del meeting del 16 settembre.
Sui bond a lunga scadenza pesa anche il tema: offerta e premium di durata
Se il rendimento a 2 anni riflette principalmente le aspettative sulla politica Fed, i rendimenti dei Treasury a 10 e 30 anni in costante ascesa segnalano che le preoccupazioni del mercato si stanno riversando anche sulle scadenze più lunghe.
Lunedì, il rendimento del decennale ha toccato temporaneamente il 4,764%, il massimo da gennaio 2025; quello del trentennale si è avvicinato al 5,26%, con un aumento di circa 5 punti base.
È interessante notare che, sebbene il rendimento a 30 anni sia ancora in salita, rimane sotto il livello record di metà agosto. In precedenza, il Tesoro USA aveva annunciato un’ampia operazione di buyback su bond a lungo termine per migliorarne la liquidità e la valutazione di mercato, contribuendo temporaneamente a comprimere il rendimento a 30 anni.
Questo significa che le attuali pressioni sui titoli di Stato a lunga scadenza non sono attribuibili solo alla Federal Reserve.
Da un lato, il deficit statunitense e l’eccesso di offerta di Treasury sono problemi strutturali persistenti per il mercato a lungo termine; dall’altro, la richiesta degli investitori di maggior premio a termine per detenere Treasury a lungo termine può costituire un ulteriore fattore di aumento dei rendimenti a 10 e 30 anni.
Mark Spindel, Chief Investment Officer di Potomac River Capital, sottolinea che la futura offerta di obbligazioni merita particolare attenzione, inclusa quella del corporate bond market. Settembre è storicamente il periodo di maggiore emissione di bond investment grade da parte delle aziende USA; la nuova offerta rischia di assorbire ulteriore liquidità di mercato, mentre il quadro inflazionistico mostra pochi segnali di miglioramento.
Di conseguenza, il mercato dei Treasury oggi deve affrontare una combinazione di pressioni: “Fed più hawkish + crescente rischio inflazione + offerta di titoli di Stato + offerta di corporate bond”.
Non solo Stati Uniti: i rendimenti dei bond a lunga durata salgono in tutto il mondo
L’impatto della risalita dei Treasury USA si è già propagato al mercato obbligazionario globale.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, lunedì il rendimento sul Bund decennale tedesco è salito momentaneamente al 3,313%, il più alto dal 2011. Il rendimento del titolo di Stato giapponese a 2 anni ha toccato i massimi da 31 anni, mentre il rendimento del Bund tedesco a 2 anni è il più alto da luglio 2024.
Questo dimostra che il mercato obbligazionario globale non teme solo la “variabile Federal Reserve”.
L’aumento dei prezzi dell’energia alimenta il rischio inflazionistico globale, mentre le aspettative di taglio dei tassi da parte delle principali banche centrali sono compresse; a questo scenario si aggiungono la politica fiscale espansiva e l’aumento dell’offerta di titoli di Stato, il che mette ulteriore pressione al rialzo sui rendimenti sulle lunghe scadenze.
Per gli Stati Uniti, il superamento del 4,75% sul decennale merita particolare attenzione: significa non solo un aumento del costo del finanziamento, ma anche un impatto sui costi a lungo termine di finanziamento per il governo, le imprese e le famiglie USA.
La prossima sfida per il mercato obbligazionario: l’occupazione e il CPI interromperanno la salita dei rendimenti?
La vera osservazione per il mercato in questo momento è se questa risalita dei rendimenti dei Treasury sia una correzione temporanea guidata da geopolitica e aspettative di politica monetaria, oppure l’inizio di una nuova fase di crescita strutturale dei tassi.
Nel breve termine, la risposta dipenderà in larga parte dai dati sull’occupazione USA attesi per venerdì.
Se il mercato del lavoro dovesse mostrarsi ancora resistente e, al contempo, i dati sull’inflazione non raffreddarsi, il segnale hawkish di Walsh verrebbe confermato dai dati, la Fed avrebbe ulteriore margine per alzare i tassi a settembre e i rendimenti potrebbero continuare a risalire verso un nuovo livello di equilibrio.
Al contrario, in caso di un evidente peggioramento del mercato del lavoro, potrebbero riaffiorare i dubbi sulla capacità della Fed di alzare i tassi in una fase di frenata della crescita economica. Già in precedenza erano emerse queste preoccupazioni: se i dati di agosto dovessero evidenziare un netto raffreddamento del mercato del lavoro, la Fed potrebbe essere costretta a sospendere i rialzi dei tassi.
Nel frattempo, i Treasury a lunga scadenza affrontano una volatilità tecnica a fine mese dovuta al ribilanciamento degli indici. A seguito delle numerose emissioni di Treasury a 10-30 anni di agosto, questi titoli saranno inclusi negli indici obbligazionari a fine mese, il che potrebbe generare degli acquisti passivi e attutire almeno parzialmente la salita dei rendimenti sulla parte lunga della curva.
Tuttavia, sul lungo periodo, il mercato si trova di fronte a una domanda sempre più evidente:
Se l’inflazione non riuscirà a tornare al 2% e il fabbisogno di finanziamento pubblico USA rimarrà elevato, il rendimento del Treasury decennale intorno al 4,75% sarà ancora considerato un livello elevato, o diventerà il nuovo equilibrio di riferimento dei tassi?
Al momento, petrolio, Walsh ed i dati imminenti su lavoro e inflazione stanno riportando questa domanda in primo piano agli investitori.
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